... . ....SULLA MODA

Photographed by Acidi Colori - acidicolori@libero.it

{testo}

Ho cominciato con Il piacere di collezionare
e miscelare
antichi tessuti
ed ho prodotto per anni assemblaggi emozionanti,
giochi di grafie e accostamenti
con cui mi sono molto divertita
e che mi fanno critica sull’uso kitch
e senza leggerezza dello stilista del momento….

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haikus

Zen poetry

From   -signatures on water-
by  o s h o

 
Haikus are not poetries in the ordinary sense;
They are poetic, they are more visual than verbal.
Just visualize…………

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Anonymous

 

The flute
without holes
is the most difficult
 to blow.

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 kimono addio
 raimondo bultrini


«Il suo kimono era di stile cinese, i suoi capelli ornati in modo più elaborato
del solito. Dai suoi modi e dall'abbigliamento mostrava grande conoscenza del mondo». I diari della dama di corte Murasaki Shikibu, attorno all'anno mille, sono stati forse il canto del cigno di uno dei capi di vestiario più simbolici dello stile di un paese e della sua gente, un biglietto da visita della
giapponesità che Italo Calvino aveva colto in tutta la sua sofisticata
elaborazione e al tempo stesso costrizione di forme.
Da sempre associato alle
figure femmili aristocratiche e alle geishe, il
kimono attraversa ormai da anni, con scarsa attenzione mediatica, una crisi
profonda associata a quella di un paese che continua a lottare tra passato e presente come un samurai dalla sciabola spuntata. Il
ministro dell'Industria di Tokyo ha rivelato recentemente le cifre del disastro
commerciale di questo capo leggendario che tra il 1990 e il 1998 ha visto crollare le vendite del sessanta per cento. E non è certo con il solo occhio finanziario che i figli del Sol Levante guardano al costume che fino a tempi relativamente recenti aveva accompagnato l'evolversi della società cambiando sì stile e forma, ma senza mai lasciare il loro guardaroba.
Alle diverse fogge, con o senza manica, pezzi unici o
separati di seta e cotone, ai colori, agli ornamenti,
al modo di indossarlo era sempre legato un sottile
desiderio di continuare a comunicare segreti intimi
attraverso tanti piccoli e simbolici accorgimenti. Come quando durante il periodo Nara, nel settimo e ottavo secolo, si attribuivano poteri magici a un tipo di kimono dalle lunghe maniche chiamate Sodo.
Evocava, dicono, malìe d'amore, a seconda che le maniche
fossero ripiegate con l'interno affacciato fuori durante la notte o
usate per pulire degli oggetti o ancora bruciate per ottenere
incantesimi. Una credenza che aveva origini ancora più antiche, risalenti
allo scialle antenato del kimono chiamato hire e considerato capace di
placare i venti, le onde del mare e i serpenti.
Ma il kimono ha rappresentato naturalmente anche uno status symbol, e un
attributo di eleganza e intelligenza, come dimostrano i diari di
Murasaki. E' stato nella scelta dei colori e degli accostamenti cromatici che la nobiltà ha giocato gran parte delle sue carte usando lo charme (solitamente quello delle mogli) per conquistare potere alla
Corte degli Imperatori.
Il
viola, colore supremo, il bianco e il verde per gli uomini, e il rosso per certe dame fuori dalla norma che avevano bisogno di un permesso speciale per indossarlo, com'è tramandato dalla novella
di Yukio Mishima Kinjiki,
che vuol dire "il colore tabù".
Oggi ben pochi lo indossano, se non per motivi professionali, come le

cameriere dei ristoranti tradizionali, i maestri d'arte
calligrafa, qualche sposa, durante qualche funerale, o in speciali
cerimonie come quella del the che sopravvivono qua e là. E' una crisi
cominciata con l'occidentalizzazione del paese dove tutti ormai indossano i
più comodi abiti spezzati, che non richiedono la lunga ed
elaborata preparazione del kimono. Senza contare che
non tutte le donne, per non parlare degli uomini, sono in grado di portare a
buon fine da sole l'operazione che si conclude con la chiusura dell'Obi,
la fascia che solo le signore sposate possono legare davanti. E in una società
dove i single rappresentano oggi una percentuale altissima della popolazione
ben pochi, anche volendo, hanno l'opportunità di perpetuare la tradizione
che racchiude nell'immaginario delle stesse giovani generazioni
un
segreto poetico mai svelato fino in fondo.
Banana Yoshimoto, il nome più celebrato in Occidente tra i
nuovi scrittori giapponesi, né Huruki Murakami, hanno mai speso una
singola parola dei loro romanzi sul kimono, e forse l'ultima seria traccia
letteraria dopo i classici Genji Monogatari e Makurano Soushi (I
racconti del cuscino), restano i capolavori di Tanizaki Neve sottile e le sorelle Makioka, che lo indossano con una lunga ed elaborata cerimonia
davanti allo specchio semplicemente per uscire in giardino a osservare
i ciliegi.
A rinverdire la gloria del kimono, che ha un'infinità di varianti per giovani e

anziani, uomini e donne, ha contribuito recentemente il best seller Memorie
di una geisha di Arthur Golden, e ancora di più sarà esaltato dal film di
Spielberg tratto dal libro. Ma nulla potrà riportare il kimono ai costumi
precedenti la seconda guerra mondiale. E la ragione è in fondo semplice e
comprensibile: è terribilmente scomodo.